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Parco archeologico di Selinunte

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Il parco archeologico di Selinunte

Il parco archeologico di Selinunte, che con i suoi 284 ettari di estensione è il più grande parco archeologico d’Europa, conserva i colossali resti della colonia greca di Selinunte, una delle più floride e importanti della Magna Grecia. Riscoperta l’antica polis da Tommaso Fazello nel XVI secolo, Selinunte iniziò a venire alla luce in seguito a numerosi scavi, iniziati da Fagan, console inglese a Palermo, tra il 1808 e il 1809. Proseguirono gli scavi, gli archeologi inglesi Harris ed Angell (1822-1823), i tedeschi Hittorf e Zanth (1824), il Duca di Serradifalco (1831) e il Gabrici (1915).

Nell’immediato dopoguerra con la continuazione degli scavi, il sito archeologico di Selinunte, acquista sempre più rilevanza; il suo notevole interesse culturale contagia anche la comunità internazionale, come ad esempio l’Istituto Archeologico Germanico. La zona archeologica, protetta con l’istituzione di un parco, continua ancora oggi ad essere campo di ricerca.

CENNI STORICI

Le origini di Selinunte risalgono secondo Diodoro Siculo al 650 a.C., mentre secondo Tucidide al 628 a.C., ma entrambi concordano che furono un gruppo di coloni di Megara Hyblea ( la colonia greca fondata nel 728 a.C.) che guidati dall’ecista Pammilo si diressero verso la costa occidentale dell’isola in cerca di nuove terre da colonizzare e dopo il loro insediamento, alla nuova colonia diedero il nome di Selinunte. La città si estende su due basse colline delimitate da due fiumi, il Selino (o Modione) e il Cottone, al di là dei quali sorgono i santuari extraurbani della collina orientale e della Malaphoros. Il sito fu scelto con oculatezza proprio allo sbocco di due fertili pianure che ne costituiscono la Chora (territorio) di notevole interesse agricolo. Il nome di Selinunte deriva da una qualità di prezzemolo selvatico (in greco sélinon), persino effigiato nelle sue monete, che cresce spontaneamente lungo le rive del torrente che delimita ad ovest la collina sulla quale sorge la città.

Le notizie relative al primo periodo di vita della città sono piuttosto scarse. Nel corso del VI secolo a.C., i coloni furono certamente impegnati nei contrasti con gli indigeni, i Sicani e gli Elimi, a danno dei quali era stato creato l’insediamento. Tale stato di conflittualità è indirettamente provato dalla necessità di fare un trattato di epigamia per consentire le nozze tra Selinuntini ed Elimi. L’importanza dei resti arcaici e la motivazione stessa della fondazione del centro, fanno presupporre un rapido sviluppo urbano favorito anche da forme istituzionali autoritarie frequenti nelle colonie (si conoscono i nomi di due tiranni: Pitagora ed Eurileonte). Iniziò così il periodo di massimo splendore di Selinunte, che divenne da allora il punto di riferimento, nonché la potenza economica della Sicilia occidentale con una estensione che arrivava a 2100 chilometri quadrati. La città trasse una sempre maggiore ricchezza dall’agricoltura, dagli allevamenti, ma soprattutto dal commercio, che era senz’altro favorito, sia dalla prosperosa produttività della città, che dalla ideale posizione geografica che incentivava gli scambi, facendoli sempre crescere di numero. Nel corso del VI e V sec. a.C., a causa di una sua politica espansionistica, entrò in conflitto con gli Elimi di Segesta ed i Punici di Mozia, riuscendo però a mantenere buoni rapporti con Cartagine. Proprio questi buoni rapporti le consentirono nel V secolo a.C. di rimanere neutrale nelle prime fasi del conflitto Greco- Punico (480 a.C.), anche grazie all’ospitalità che la città offrì a Giscone, figlio del generale cartaginese Amilcare, caduto nella battaglia di Himera.

Nelle successive fasi, Selinunte, in conflitto con la rivale Segesta per questioni di politiche espansionistiche e di predominio territoriale, fu coinvolta in pieno negli scontri, fino a subire il saccheggio e la distruzione da parte dei Cartaginesi (chiamati in aiuto dall’alleata Segesta), nel 409 a. C. Durante questo conflitto si registra una non meglio precisata vittoria che i Selinuntini ottennero con il favore delle principali divinità della città. A testimonianza di ciò, è stata rinvenuta una iscrizione nell’opistodomo del tempio G, utile per rilevare l’elenco delle divinità e per individuare la denominazione di alcuni templi.

La ricostruzione di Selinunte si deve al siracusano Ermocrate, ma la città assolse unicamente al ruolo di piazzaforte, ora di Siracusa ora di Cartagine, fino al 306 a.C. quando fu stipulato l’ultimo trattato Greco-Cartaginese, che sancì il suo definitivo passaggio al dominio di Cartagine. L’area urbana si restrinse alla sola collina dell’Acropoli; sugli edifici monumentali furono realizzate povere case puniche e ad est del tempio C ( il più importante dell’Acropoli) venne sistemata l’Agorà (centro commerciale).

Nel 250 a.C., nel corso della I guerra punica, i cartaginesi, in ritirata davanti allo strapotere delle truppe romane, decisero il suo definitivo smantellamento. La popolazione residua fu trasferita a Lilibeo e la città fu abbandonata definitivamente.

Abbandonata dalla popolazione durante l’età romana, abitata certamente in epoca bizantina, Selinunte finì con la scomparire sepolta per oltre un millennio dalla macchia mediterranea. La sua zona di appartenenza prese il nome di Casale degli Idoli o Terra di Polluce. Un grave sisma, nel VII sec., fece crollare la quasi totalità dei resti dei templi e la città rimase anonima fino al XVI secolo, periodo nel quale fu riscoperta da Tommaso Fazello.

VISITA DEL PARCO

La città si articola in quattro aree distinte (coincidenti con i possibili itinerari di visita) che dobbiamo però immaginare collegate almeno in qualche periodo: l’Acropoli, a Sud, con le pareti a strapiombo lambite dal mare; la bassa collina di Manuzza, a Nord, occupata dall’abitato vero e proprio, e i due santuari extraurbani al di là dei “fiumi”.

L’Acropoli, pur non essendo scavata che in minima parte, è il complesso monumentale più noto. È interamente cinta da un imponente sistema di fortificazione con mura a blocchi regolari intervallate da torri e da postierle (porte urbiche secondarie, di minori dimensioni). Questo sistema, impiantato fin dalla fondazione della città, fu ulteriormente fortificato all’inizio del V secolo e trova i suoi punti di forza nel complesso di Porta nord e all’angolo sud-est dove fu realizzato un poderoso bastione a gradini, che servì anche ad ampliare artificialmente lo spazio antistante al Tempio C.

La Porta nord è difesa da una delle più imponenti strutture militari della Sicilia antica (IV sec. a. C.) che si rifà al Castello Eurialo di Siracusa. Fiancheggiata da due torri rettangolari è preceduta da un fossato e da un torrione semicircolare che impedisce la vista del vano della porta. La strada di accesso, peraltro, piega più volte a gomito in modo da costringere gli eventuali assalitori ad esporsi agli attacchi dei difensori.

In ossequio alle più aggiornate concezioni della poliorcetica, il complesso è dotato tra l’altro di catapulte e camminamenti sotterranei, mentre una postierla presso l’angolo nord-ovest consentiva sortite improvvise ed eventuali contrattacchi.

La sistemazione urbanistica dell’Acropoli è regolare e si articola in una serie di strade (stenopoi) est-ovest, che incrociano la grande plateia nord-sud. Il santuario vero e proprio, l’unico ad essere in buona parte esplorato, occupa il settore sud-est.

Proprio all’angolo sud-est sono i poverissimi resti del Tempio O e del Tempio A, due peripteri dorici, databili nella prima metà del V secolo. Sul Tempio A (di Poseidone? O dei Dioscuri?) si è sovrapposto un pavimento a mosaico del periodo punico, con la dea Tanit ed altri simboli della religione punica (un luogo di culto? o una abitazione?).

Al di là della strada est-ovest è la zona più conservata dell’antico santuario. Al centro è il grande Tempio C, forse il più importante della colonia. È un peripero esastilo, dorico, con diciassette colonnesui lati lunghi (m 63,7 x 24), in cui va forse riconosciuto il Tempio di Apollo. Complessivamente in buono stato conservazione e leggibilissimo nelle sue varie parti(si notino alcune colonne doriche monolitiche, lo pteromaben conservato, ecc.) è caratterizzato dal colonnato del lato nord risollevato, con discrezione, nel 1925.

È uno dei più antichi templi di Selinunte, impiantato nel 560 a.C. sui resti di uno precedente. Era decorato da una serie di rilievi metopali da annoverare tra i capolavori della scultura antica. Tre di queste metope, ricomposte da numerosissimi frammenti, sono conservate al Museo Archeologico di Palermo e rappresentano: la quadriga di Apollo; Perseo e la Gorgone; Herakles ed i Cercopi. Anche il tetto, ligneo, era elegantemente decorato dal rivestimento fittile a motivi policromi e con grondaie (sempre di terracotta) a teste leonine.

All’interno del tempio fu rinvenuto un deposito di sigilli in argilla che fa ipotizzare una funzione di archivio avallata dal testo della Grande Iscrizione citata che fa riferimento ad una iscrizione d’oro – l’originale da cui è ricavata la copia rinvenuta nel tempio G- da collocare nell’Apollonion.

Tutt’intorno al Tempio C sono altri edifici. A Nord-Ovest è il Tempio D (forse di Athena) dorico, periptero esastilo, con tredici colonne sui lati lunghi ( m 56 x 24 ) databile dalla seconda metà del VI sec. a.C. come rilevano alcuni aspetti strutturali tra cui le colonne con la caratteristica Èntasis ( rigonfiamento). A sud è il Megaron, un sacello stretto e lungo ( m. 17,85 x 5,31) privo di peristasi, in cui va riconosciuto uno dei più antichi templi di Selinunte. A nord- est -sono resti di alcuni tempietti- da uno di questi potrebbero provenire le cosiddette piccole metope, rivenute come materiale di reimpiego, tra le strutture della Porta Nord ed ora al Museo di Palermo- cui sono sovrapposte indiscriminatamente le povere case puniche del IV sec. a.C.. A Sud- Est è il grande portico ad “L” costruito sul terrazzamento artificiale di cui si è detto, mentre nell’area ad Est del tempio C, in età ellenistica, si è sistemata l’Agorà.

Sulla bassa ed ampia collina di Manuzza ( non accessibile ai normali itinerari di visita) a Nord, si estendeva l’abitato vero e proprio. L’area era delimitata da una cinta muraria e le abitazioni , esplorate solo in parte e per saggi, sono piuttosto modeste.

Anche qui la città è organizzata secondo uno schema urbano ad assi perpendicolari tra loro. La strada principale ( platea ) è tuttavia orientata in senso nord-est sud-ovest, per adeguarsi alla situazione topografica ( la collina è più larga in questa direzione ) come nel caso dell’Acropoli, mentre il rapporto tra i due schemi va ricercato nella “gola” che separa le due collinette.

Fin dal VII sec. a.C. quando le abitazioni sono intervallate da grandi spazi liberi, la città appare organizzata secondo uno schema regolare che si definisce nel corso del V sec. a.C. come un perfetto schema di tipo ippodameo, per strigas, con isolati piuttosto allungati di circa m. 32 x 190. Nel IV sec. a.C. l’area dell’abitato viene quasi completamente abbandonata e le case puniche si sistemano sulla collina dell’Acropoli al di sopra di preesistenti strutture. La crisi della città greca è evidente e presto Selinunte sarà abbandonata del tutto.

I Santuari “ extraurbani”

Come abbiamo visto il sito dell’antica Selinunte (628-250 a. C.) era dislocato in quattro aree ben precise: l’Acropoli, la collina di Manuzza (abitato) e i due santuari, per così dire “extraurbani”, ad Est e ad Ovest al di là dei fiumi Cottone e Modione-Selino.

Questi santuari, specie quello orientale, erano tuttavia collegati in qualche modo con lo schema urbano dato che allo sbocco delle due valli, ora sede dei fiumi citati, si trovano strutture portuali ed abitative la cui estensione ed articolazione non sono note, allo stato attuale.

Il santuario più famoso, ma anche il più importante dell’antica città è quello sulla collina orientale: di esso sono noti tre grandi templi che da sempre costituiscono un elemento caratteristico della campagna selinuntina. A Nord è il tempio G che insieme al Didymaion di Mileto, all’Artemision di Efeso e al Tempio G di Agrigento, è uno dei più grandi dell’antichità (m 110 x 50, con un’altezza ipotizzabile in m 30, di cui m 16,27 è la sola colonna).

È uno pseudo-diptero, di stile dorico, con otto colonne sui lati brevi e diciassette su quelli lunghi. La cella (naos) è tripartita da due file di colonne e con adyton in fondo alla navata centrale. Il pronaos è preceduto da quattro colonne, mentre l’opistodomos è in antis con due colonne.

Negli stilemi si avvertono differenze anche sensibili: il lato est è dorico arcaico, mentre quello ovest è classico; alcune colonne sono scanalate ed altre non lo sono. Dell’originario complesso di sculture che decoravano il tempio, è pervenuto solo un efficace busto di Gigante morente, conservato nel Museo Archeologico di Palermo, mentre nell’opistodomos è stata recuperata la grande iscrizione più volte citata.

Iniziato alla metà del VI sec. a. C., la sua costruzione fu interrotta all’inizio del V sec. a. C., probabilmente in corrispondenza con il primo grande conflitto greco-punico (480 a. C.): di alcuni elementi dell’elevato già collocati non si è completata la lavorazione (alcune colonne, ad esempio non sono state scanalate e numerosi “tenoni” sporgono ingiustificatamente da blocchi ben squadrati) e la copertura era ben lungi dall’essere stata completata.

Questo tempio, in cui a lungo si è voluto riconoscere il tempio di Apollo, la principale divinità di Selinunte, era probabilmente dedicato a Zeus il padre degli Dei.Poiché nella grande iscrizione rinvenuta nell’opistodomos del tempio si fa riferimento ad Apollo, era sembrata infatti questa l’attribuzione più giusta, ma dato che il testo stesso parla di una iscrizione “tirata in oro” siamo evidentemente in possesso di una copia litica dell’iscrizione originaria ed è legittimo pensare che possa essere stata collocata proprio nel tempio di Zeus, per altro citato con una una certa insistenza nel documento. L’edificio non fu mai completato e l’attuale campo di rovine è il risultato degli effetti del terremotoche, nel VII secolo, sconvolse tutta la Sicilia.

Così com’è l’edificio è una preziosa memoria di Selinunte e, a giudizio di numerosi e qualificati studiosi di tutto il mondo, non può e non deve essere ricostruito in alcun modo.

A Sud sono due templi più recenti e di più modeste dimensioni: il Tempio F ed il Tempio E (di Hera?).

Quest’ultimo è un canonico esempio di tempio dorico in cui sono stati adottati tutti gli accorgimenti che fanno del tempio greco un mirabile esempio di equilibrio e razionalità insieme.

È un periptero esastilo con quindici colonne sui lati lunghi (m 68 x 25) e con il santuario classicamente suddiviso in pronaos, naos (con adyton a quota maggiore) ed opistodomos. Era decorato da un importante ciclo scultoreo di “stile severo” di cui si conservano, nel Museo Archeologico di Palermo, cinque metope restaurate e numerosi frammenti che ne rivelano la grande qualità artistica. Le metope ricomposte raffigurano: Herakles e l’Amazzone; le nozze sacre di Zeus ed Hera; Atteone sbranato dai cani; Athena ed Encelado; una lotta di giganti(?).

Nella configurazione finale il tempio si data, come le metope, intorno al 480 a.C., ma studi recenti hanno portato alla luce, al di sotto, strutture di un tempio più antico.

L’edificio è stato sottoposto nel 1956 ad una anastylosis (risollevamento) discutibile, che, se consente un’immediata percezione dei volumi, distorce quei valori di equilibrio e razionalità che furono dell’architetto progettista.

Il vicino Tempio F, databile tra il 560 ed il 540 a.C., documentata una fase di transizione tra arcaismo ed incipiente classicismo, per cui al megaron (che qui assume valore di cella, sia pure molto allungata) si aggiungono la peristasi ed il fregio dorico a metope e triglifi.

Della originaria decorazione scultorea restano due mezze metope (in questo caso il quadro metopale era composto da due metà giustapposte) con scene di lotta di dee contro giganti.

L’altro santuario si trova ad Ovest alla foce del Selinon (Modione), in contrada Gaggera, una collinetta sabbiosa dalla vegetazione esotica. Si tratta di un santuario ctonio dedicato alla dea Malophoros (portatrice del melograno), che è una delle tante espressioni della dea madre mediterranea assimilata dai coloni greci con Demetra. Il santuario (m 60 x 50) è delimitato da un altro muro di temenos il cui perimetro ha uno sviluppo irregolare, forse per sostenere meglio la spinta del terreno sabbioso.

All’interno del recinto è il grande megaron dedicato alla Malophoros rivolto ad Est e preceduto dal grande altare sacrificale intorno al quale furono rinvenuti numerosi ex voto (statuette della dea o dell’offerente). L’ingresso è preceduto da un elegante propileo (metà V sec. a.C.) doppiamente in Antis, che è il segno concreto della cultura architettonica greca. Il santuario ebbe una vita lunghissima dalla metà del VII sec. a.C. fino al periodo punico (III sec. a.C.) a riprova della persistenza dei riti funerari. A Nord del recinto della Malophoros è il santuario di Zeus Meilichios, un analogo santuario ctonio di dimensioni ben più modeste.

Un itinerario di Selinunte non può concludersi senza un sia pur rapido cenno alle Cave di Cusa, a pochi chilometri presso Campobello di Mazara. Si tratta di un monumento unico nel suo genere: è la cava da cui si stavano estraendo le colonne per il Tempio G e che, come questo, sembra essere stata abbandonata improvvisamente nel 480 a.C. Sono visibili le varie fasi di lavorazione per l’estrazione dei rocchi delle colonne e, nella campagna, i materiali già estratti pronti per essere trasportati a Selinunte.

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