L'Efebo di Selinunte
L’Efebo di Selinunte è tutt’oggi uno dei ritrovamenti più importanti avvenuti non solo nella zona archeologica selinuntina, ma di tutta la Sicilia. Venuto alla luce nel 1882 in contrada Ponte Galera , in circostanze del tutto fortuite, è considerato in esempio di scuola plastica selinuntina. Presenta infatti delle caratteristiche che lo avvicinano ad altre opere selinuntine, come le metope, che fanno pensare ad una scuola di scultura presente ed operante nella colonia greca.
Si tratta di una statuetta di bronzo alta circa 85 cm e databile fra il 480 e il 460 a.C. Presenta delle imperfezioni stilistiche che avvalorano la tesi d’arte locale. Per questo motivo è ipotizzabile che questo non sia l’unico prodotto di questa scuola, ma che altri esemplari di ottima fattura siano stati creati e che per vicende a noi sconosciute, siano andati perduti forse per sempre.
Efebo era il nome che nell’antica Grecia ( a partire dal IV secolo a.C.) designava i giovani che raggiunto il 18° anno di età venivano presentati dai loro padri ai Demoti per essere iscritti nelle liste della leva militare e in quella dei cittadini. Subìto un esame (detto docimasia) che comprendeva anche una visita sommaria,i giovani venivano avviati, a seconda della tribù da cui provenivano, in un efebo ove si impartivano loro insegnamenti di educazione fisica e di cultura artistica ( letteratura, filosofia , musica). Dopo un anno erano loro consegnati lancia e scudo e pur seguitando la loro educazione, venivano inviati nelle guarnigioni di confine, ove prestavano servizio per un anno ( o due). Questo istituto, che durò fino alla tarda età imperiale, subì profonde trasformazioni già nel III secolo; l’efebia non fu più obbligatoria, ma volontaria e negli efebei furono accolti anche stranieri.
L’Efebia, che fiorì ad Atene, Sparta, Cipro, Efeso, Argo, Tebe, Rodi, ecc., corrisponde al tipo ideale dell’uomo greco coltivato insieme nel corpo e nell’anima e la cui bellezza del fisico è interpretata come espressione di quella interiore e per questi motivi fu soggetto frequentissimo dell’arte statuaria e della pittura in età ellenistica.
L’Efebo di Selinunte è arrivato a noi perché nascosto dai proprietari; era infatti usanza nei periodi di guerra o nei momenti di pericolo, nascondere i beni di valore in posti sicuri ed attendere di ritornarne in possesso in seguito. I proprietari dell’Efebo di sicuro non ebbero questa fortuna; probabilmente furono tra le vittime dell’ultima guerra che Selinunte sostenne contro Cartagine nel 409 a.C. mentre la statuetta accuratamente nascosta sottoterra dentro un sarcofago di argilla sfuggì alla razzia dei Cartaginesi ed è arrivata ai giorni nostri praticamente intatta.
Scoperto accidentalmente il 22 Giugno 1882 da due ragazzetti, guardiani di porci, l’Efebo dovette lasciare Castelvetrano nel 1927 per essere restaurato presso il Museo Nazionale di Siracusa ed in seguito esposto al Museo Nazionale di Palermo.
Nel 1933 dopo le continue sollecitazioni da parte degli amministratori castelvetranesi, la statuetta fece ritorno e posta presso il Gabinetto del Sindaco, dove nel 1962 fu trafugata.
Ritrovata nel 1968, dovette subire nel 1970 un nuovo restauro presso l’Istituto Centrale per il Restauro di Roma e nel 1979 ritornò ad essere esposta nel Museo di Palermo.
Solo il 20 Marzo del 1997 l’Efebo faceva ritorno a Castelvetrano ed esposto nel rinnovato Museo Civico aperto il 23 dello stesso mese.
